Il Governo prevede per il futuro di portare la quota di energia nucleare al 25% dell’energia prodotta in Italia (25% nucleare, 25% da fonti rinnovabili, 50% di origine fossile). Se incrociamo questo dato con la previsione di Terna di un fabbisogno di 405 TWh (Terawattora) all’anno nel 2019, vuol dire che le centrali nucleari, per quella data, dovranno generare un’energia di 100 TWh all’anno. Considerando che una centrale elettrica nucleare di taglia medio-grande (1,5 GW) produce circa 8-10 TWh all’anno, dovranno entrare in funzione 10-12 centrali. Ma in Italia dove le mettiamo? Le centrali devono stare vicino a grandi quantità d’acqua, quindi vicino al mare o a ridosso di grandi fiumi. Non possono essere edificate in zona sismica o in zone geologicamente instabili. Devono (o dovrebbero) essere poste ad una certa distanza da centri urbani, zone agricole, allevamenti. E’ sconsigliabile ubicarle in zone turistiche perchè darebbero un’immagine negativa al territorio, con prevedibile calo del flusso turistico. Tantomeno, andrebbero edificate in aree di elevato pregio storico, archeologico e monumentale. Non parliamo neanche delle riserve naturali e faunistiche. Insomma, tolti tutti questi luoghi, che rimane?
E tutte quelle scorie dove le andiamo a mettere???
Questo non è catastrofismo. E’ diffidenza verso quella che dovrebbe essere una seria gestione in sicurezza delle centrali. Basti pensare che ci sono ritardi nella costituzione dell’Agenzia della sicurezza nucleare e che non sono state ancora emanate le direttive per la Sogin (Società Gestione Impianti Nucleari).
Bruno Vernaglione, referente per l’ambiente e le energie rinnovabili, Italia dei Valori città di Taranto.